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SCUOLA, INSEGNANTI, BULLISMO…

Sono un insegnante di un istituto tecnico industriale, da circa 30 anni.

I diversi episodi che si sono raccontati negli ultimi periodi pongono diverse domande alla società in cui la scuola è inserita.

In ogni episodio, o analisi di esso si cerca e spesso si trova un colpevole fisico.

Nel caso del “bullismo”, dove i ragazzi vengono picchiati umiliati dai loro stessi coetanei, i colpevoli sono “i bulli”; cioè dei ragazzi e spesso adolescenti.

Nel caso dell’insegnante che “si concede” o “concede” ad atteggiamenti sessuali, il colpevole è l’insegnante, quindi un adulto.

In ogni situazione, elencate, esiste una colpevolezza personale, ma che riporta l’origine di tutto ciò, esclusivamente a cedimenti di atteggiamenti morali ed al permissivismo della scuola negli anni trascorsi.

Le risposte che tendono a prevalere sono da un lato il pensare ad una scuola più orientata alla persona e meno alla formazione alle competenze, dall‘altro si cerca di proporre regole che gestiscono la quotidianità, considerando i nuovi strumenti di comunicazione, computers, cellulari, Internet come strumenti non adeguati e non opportuni nell’ambito scolastico.

La questione che sto ponendo non è inesauribile in un post..

Quando un ragazzo, durante una lezione, trova la necessità di comunicare con altri coetanei (della classe o di altre, o con la propria ragazza o ragazzo) sta semplicemente informando che non interessa la lezione oppure che la lezione non riesce a seguirla.

Non è il cellulare il problema, ma sono una delle seguenti possibilità:

  1. il ragazzo non è adeguatamente preparato a seguire le lezioni in corso, per pigrizia, per lacune regresse, sia per assenze abbondanti o per incompletezza di informazioni propedeutiche,

  2. la lezione è considerata non interessante o inutile alla sua formazione,

  3. la lezione è gestita con livelli di comunicazione non adeguati a creare l’attenzione necessaria per attivare l’interesse dell’allievo.

Se si riflette con attenzione alle ipotesi suddette, si nota che ho messo in risalto inadeguatezza del sistema scuola-allievo.

Se escludiamo i casi eccezionali, dove esistono ragazzi socialmente difficili, il resto è colpa di una difficile capacità del docente a gestire o meglio a creare un carisma (proprio) per diventare riferimento verso l’apprendimento che sta proponendo.

E’ non sto colpevolizzando i docenti, ormai i docenti sono inseriti in contesti-classe dove l’informazione che ha prevalso (non sempre) quando è entrato nella scuola è che essa è un servizio e loro un “target” a cui bisogna esaudire i bisogni-aspettative, i loro (!??!!) e non quelli della loro formazione.

Questo messaggio, passa attraverso informazioni che veicolano una quantità di iniziative che si effettuano nella scuola, tale da farla sembrare più interessante di altre.

Nulla da eccepire al rendere la scuola una ambiente polivalente nella formazione culturale, ma quando questo si allontana da una valutazione della cultura come conoscenza e competenza, quindi ricerca, studio, analisi, confronto e verifica delle proprie competenze, allora il giovane allievo si misura con modelli sociali forti (il denaro, la violenza, il potere …).

La mancanza del docente, che con il proprio carisma coinvolge alla scoperta dello conoscenza ed alla passione dell’analisi ed a costruire competenze utili, questo crea il collasso tra scuola e presenza impegnata dell’allievo.

Ma come può un insegnante con un stipendio minimo (ma quanto ti danno al mese? Professò?), sempre più coinvolto in rivoli amministrativi (ha consegnato il modello ABC 32 e il modello 45?) ecc. essere all’altezza?

Ero irritato con un articolista, un collega ed il mio dirigente e qui ho cercato di lanciare una scheggia.

Provocazione, tante cose disordinate, ma con un preciso obbiettivo una riflessione sulla scuola che fa tanto di più rinunciando sempre al ruolo di “palestra” di uomini che si confrontano e crescono sulla conoscenza etica e cultura del sapere.

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